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Milano–Cortina 2026: lo sportwashing che devasta le Alpi e ripulisce chi lucra su fossili e apartheid

olimpiadi milano cortina

Milano–Cortina 2026 viene raccontata come “l’Olimpiade sostenibile”. Ma se guardiamo cosa succede davvero, vediamo un copione che conosciamo ormai bene: grandi opere, consumo di suolo, infrastrutture invasive, acqua ed energia sprecate per l’innevamento artificiale, e soprattutto brand che si comprano un pezzetto di legittimità sociale per ripulire la propria immagine.

Poteva essere solo sport, e invece è lotta di potere.

Ed è per questo che parliamo di sportwashing: quello che stanno facendo è usare lo sport come lavatrice d’immagine, mentre fuori dallo stadio si continua a devastare territori, finanziare fossili e alimentare economie di guerra e occupazione.

Cosa troverai in questo articolo

La realtà delle olimpiadi Milano-Cortina: forti impatti e nuove ferite sui territori

L’impatto devastante sui territori delle Olimpiadi invernali attualmente in corso, non è solo teoria.

Il quadro denunciato da realtà ambientaliste e osservatori indipendenti parla di nuovi impianti in aree alpine fragili, bacini e infrastrutture legate all’innevamento artificiale, trasformazioni irreversibili del paesaggio, con processi decisionali spesso opachi o difficili da monitorare. Ma una delle oscenità peggiori di queste olimpiadi invernali è l’innevamento artificiale, che richiede acqua ed energia e spinge la montagna a diventare una fabbrica.

Tutto questo, che chiamano “legacy”, per noi è una cosa molto semplice: estrazione. Dal territorio verso interessi economici e politici, a discapito dei popoli e dei territori, spesso quelli più vulnerabili.

Chi paga la festa: sponsor e partner ufficiali

Anche in questa occasione, la questione è politica: chi mette i soldi compra spazio, reputazione, normalizzazione. E tra i partner ufficiali dei Giochi Olimpici compaiono proprio alcuni dei nomi più contestati per impatti climatici, e per il ruolo dentro filiere e mercati legati a occupazione e guerra.

Negli elenchi ufficiali dei partner/sponsor Milano–Cortina risultano (tra le altre) Airbnb, Allianz, Coca-Cola, ENI, Intesa Sanpaolo.

Ma che mondo stanno costruendo con quei soldi?

E noi che mondo stiamo legittimando se facciamo finta di nulla?

La crisi climatica dentro l’economia dell’occupazione

ENI e crisi climatica: il core business è fossile

Partiamo da ENI: perché ENI è un simbolo perfetto del paradosso.

ENI è un colosso dell’energia il cui modello storico e centrale è legato a petrolio e gas. Mentre il pianeta brucia, ENI continua a muoversi dentro la logica dell’estrazione e della rendita fossile. Non è un’opinione: è la struttura del suo business.

Nel 2023 un consorzio guidato da ENI ha ottenuto licenze di esplorazione gas offshore rilasciate da Israele. Diverse analisi e lettere legali hanno contestato quelle licenze perché una parte rilevante ricadrebbe dentro l’area marittima rivendicata dallo Stato di Palestina (si parla del 62% della “Zone G”).

Nel 2025 ReCommon ha riportato che ENI avrebbe dichiarato di non prevedere attività future nell’area, ma questo non cancella il punto politico: la normalizzazione di licenze e affari dentro uno scenario di occupazione e violazione del diritto internazionale.

ENI–Ithaca: legami industriali con il più grande player israeliano

Nel 2024 ENI ha annunciato e poi completato una combinazione delle attività upstream nel Regno Unito con Ithaca Energy. Ithaca era (e risulta ancora) storicamente legata al controllo di Delek Group, grande player energetico israeliano: un’operazione che rende visibili e strutturali intrecci economici che non sono neutrali nel contesto politico attuale.

Ecco perché ENI alle Olimpiadi è un problema enorme: perché i Giochi diventano un palcoscenico perfetto per ripulire un’immagine che, tra crisi climatica e affari geopolitici, è già piuttosto compromessa. Tutto questo nel silenzio mediatico generale: chi ne parla sono i movimenti ambientalisti ed ecologisti, che vengono poi additati manco fossimo dei fricchettoni che non vivono in questo mondo, ma in una realtà parallela in cui tutt3 si amano e non esistono la crisi climatica e i conflitti globali! 

Su ENI potremmo scrivere un’enciclopedia. Ma il punto è semplice: non ci basta che cambi slogan. Vogliamo che smetta di fare danni!

Coca-Cola: plastica, acqua, e business dentro le colonie

Coca-Cola è partner globale olimpico da decenni: la sua presenza nei Giochi è parte strutturale del marketing olimpico. Eppure non è certo priva di scheletri dell’armadio. Nel contesto israeliano coloniale, la documentazione di Who Profits (e altri report di advocacy) indica che l’azienda distributiva (Central Bottling Company / Central Beverage Distribution Company) opera infrastrutture in aree colonizzate, inclusa l’area industriale di Atarot.

Inoltre, Tabor Winery (collegata come sussidiaria secondo Who Profits) viene descritta come coinvolta in approvvigionamenti in aree di insediamento in Cisgiordania e nel Golan occupato. Cioè stiamo dicendo che Coca-Cola ha tanti piccoli bracci operativi su territori strappati a chi li viveva, in Palestina, Cisgiordania e Siria, e attraverso di essi commercia i suoi prodotti e arricchisce la sua economia con la complicità di Isreaele che colonizza quei territori.

Airbnb: turistificazione e profitti dalle colonie

Sulla turistificazione Airbnb è parte del problema ovunque. La crisi abitativa dilaga in Europa e non solo, con persone residenti in aree urbane che vengono letteralmente cacciate dalle proprie abitazioni per fare in modo che queste diventino rendita per poch3. La gentrificazione è un problema per la maggior parte dei comuni italiani che si sentono inondati dal cemento e dalle nuove costruzioni, pur avendo la necessità di vedere politiche di adattamento alla crisi climatica, che il cemento certamente non aiuta a creare!

In questo contesto che già la rende un’azienda piuttosto problematica, Airbnb continua ad avere il suo guadagno anche sui territori colonizzati da Israele in Palestina e Cisgiordania. L’OHCHR (Ufficio ONU per i Diritti Umani) mantiene un database di imprese coinvolte in attività legate agli insediamenti nei Territori Palestinesi Occupati: Airbnb e Booking.com restano in prima linea su questo. Che brave!

È interessante leggere report di advocacy e monitoraggi (come Don’t Buy Into Occupation) che descrivono il ruolo di piattaforme turistiche nel sostenere l’economia degli insediamenti.

L’ospitalità non può essere neutrale in un mondo in cui tutto è politico. Il turismo non può ledere chi vive un territorio, espropriandolo di fatto dei suoi diritti fondamentali, ma deve essere responsabile e mai complice della violazioni dei diritti umani. 

Intesa Sanpaolo, tra finanza fossile e finanza bellica: il lato invisibile

Anche le banche non sono neutrali: decidono cosa sopravvive e cosa muore nell’economia, quali settori crescono, quali guerre si reggono sulla finanza.

Intesa San Paolo è il principale gruppo bancario in Italia: attraverso conti, mutui, prestiti a famiglie e imprese, gestione del risparmio, assicurazioni, nel 2025 dichiara un fatturato di € 9,3 miliardi.

Eppure Intesa Sanpaolo non è solo una banca: è una macchina di potere che decide dove vanno i soldi. E finché quei soldi continuano ad alimentare fossili e settori complici di violenza, la crisi climatica e le guerre hanno anche una firma finanziaria.

Report internazionali come Banking on Climate Chaos tracciano il finanziamento bancario verso petrolio, gas e carbone, e documenti pubblici del gruppo Intesa riportano situazioni di “conflicts of interest” e finanziamenti significativi verso grandi aziende, inclusa Leonardo, multinazionale italiana leader globale nei settori dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, che produce armi per Israele.

E sul legame Leonardo–Elbit (azienda israeliana del settore difesa), Leonardo stessa ha pubblicato comunicazioni storiche su relazioni industriali con Elbit, per fornitura e supporto della flotta M-346 dell’Aeronautica israeliana.

Insomma a Bari diremmo che è un vero ciambotto! 

Allianz: assicurazione e finanza che entra nei “war bonds”

Allianz,  leader mondiale nei servizi assicurativi e finanziari, anch’essa partner olimpico, ha un ruolo piuttosto cruciale sul tema “war bonds”. Inchieste giornalistiche italiane (Altreconomia) hanno riportato acquisti di titoli di Stato israeliani e responsabilità di grandi attori finanziari/assicurativi.

A livello più ampio, ricerche di organizzazioni come BankTrack (e report collegati con Profundo/PAX) hanno analizzato il ruolo di istituzioni finanziarie nell’emissione e nella sottoscrizione di bond sovrani israeliani dopo il 7 ottobre 2023.

Complicità e genocidio

Le parole contano, e descrivono realtà politiche.

Nel dibattito internazionale, esiste una crescente letteratura e reportistica che parla di economia dell’occupazione e di filiere private che sostengono violazioni strutturali dei diritti umani. Report come quelli di Don’t Buy Into Occupation e l’uso del database OHCHR vanno in questa direzione.

Noi diciamo una cosa semplice: se un’azienda trae profitto, normalizza o abilita infrastrutture e servizi in un contesto di occupazione e violazione sistemica dei diritti, allora non è “neutrale”. E se poi compra un palco olimpico per ripulirsi, allora lo sport diventa complice.

Cosa possiamo fare

  1. Boicottaggio mirato: non è consumo etico individuale, è pressione collettiva. Seguici su Instagram per seguire la nostra campagna di boicottaggio

  2. Chiedere alla Fondazione Milano–Cortina 2026 di interrompere accordi con sponsor contestati.

  3. Fare rumore: post, comunicati, interventi nei territori, contro-eventi, informazione dal basso.

  4. Spostare il discorso: la “sostenibilità” non è un bollino. È riduzione reale di impatti e fine delle complicità.