La risposta politica che abbiamo dato alla necessità di rigenerare gli spazi pubblici come realtà giovanili
Due anni fa siamo entrat3 al Chiosco il giorno dello sciopero globale per il clima.
Era il 19 Aprile 2024, pioveva, eppure il Giardino si è riempito di persone che, come noi, erano curiose di capire cosa sarebbe accaduto in quello spazio così denso di una comunità che non sapevamo se ci avrebbe accettat3.
Abbiamo visto, sentito e vissuto di tutto nei pochi metri quadri di chiosco e tra i carrubi del giardino. Abbiamo pianto, ci siamo arragat3, indignat3, ma abbiamo anche riso da morire, condiviso narrazioni personali e politiche, conosciuto un sacco di gente, stretto e saldato tantissime relazioni.
Abbiamo imparato tanto, e ogni persona (piccola e grande), ogni animale non umano con cui abbiamo interagito ci ha reso le persone che siamo oggi.
Due anni dopo siamo qui a tirare le somme di un progetto che ci ha pres3 completamente e che ci ha portat3 a riflettere che realtà politica vogliamo essere per la nostra città.
Una città che troppo spesso dimentica il valore dei beni comuni e sacrifica la socialità sull’altare del consumo.
Una città in cui il concetto di pubblico forse non è poi tanto condiviso.
Una città che spesso è difficile portare fuori dal confine del consumo.
Due anni non sono un risultato piccolo: non lo sono per uno spazio sottratto alla speculazione, per quei metri quadri che non hanno un prezzo d’ingresso, e quei pomeriggi in cui qualcunə si è sedutə all’ombra senza dover per forza comprare.
E questi due anni valgono doppio al Libertà: un quartiere popolare che conosce bene cosa significa essere dimenticatə dalle politiche pubbliche, marginalizzatə dal discorso cittadino, mancatə di investimenti e di riconoscimento.
Quando siamo arrivat3 ci siamo chiest3 se noi, che veniamo dal movimento ecologista, saremmo riuscit3 a parlare di giustizia climatica in un luogo che c’ha altri ca**i, ma ci siamo res3 conto che
LA CRISI CLIMATICA È QUI. È ADESSO. È (anche) NEL QUARTIERE LIBERTÀ.
Si, perché spesso la crisi climatica viene raccontata come una questione lontana: ghiacciai che si sciolgono, temperature globali, conferenze internazionali.
Ma la crisi climatica è anche questa città ad agosto, con quaranta gradi e le strade di pietra bianca senza un albero e senza fontanelle per l’acqua.
Sta nei quartieri popolari senza aree verdi o bagni pubblici, nelle case senza aria condizionata delle persone anziane, nelle strade inattraversabili dove molte persone senza casa sono costrette a vivere.
Quello che abbiamo visto e vediamo ogni giorno al Libertà è una storia di vulnerabilità climatica, abitativa, sociale, e tutte queste non sono emergenze separate: si sovrappongono perfettamente, e colpiscono sempre le stesse comunità.
Per questo il Chiosco non è solo uno spazio culturale.
È un posto fresco, con l’acqua sempre a disposizione, accessibile, gratuito.
È un posto in cui ci sono giochi, fogli, colori, libri per tutte le età e in cui si può stare senza fare necessariamente qualcosa ma solo prendendosi del tempo per sé.
È un posto in cui ci sono piante da orto di cui prendersi cura e che si possono raccogliere per mangiarle!
È un posto in cui si utilizzano le cose, si mangia, si beve e si gioca senza scambio di denaro, in cui la sostenibilità non è teorica, e in cui la cura è al centro e dentro.
Questo aprile facciamo due anni.
Due anni sò assaie uagnù!
E sono passati mentre il mondo intorno a noi è caduto a picco: mentre la Palestina viene cancellata sotto le bombe, davanti agli occhi di tuttə, mentre i governi occidentali guardano, o peggio, finanziano, e le istituzioni internazionali si dimostrano ancora una volta inutili di fronte ai crimini dei potenti; mentre l’Europa è tornata a parlare di guerra come normalità; mentre le destre del mondo ci hanno tolto diritti, welfare e spazio pubblico; mentre le istituzioni internazionali sul clima si sono svuotate di senso e di impegni reali. Sono passati mentre in Italia si smantella pezzo per pezzo qualsiasi idea di protezione sociale, mentre la casa diventa sempre più un privilegio e sempre meno un diritto, mentre le città vengono consegnate al turismo e ai capitali invece che a chi le abita.
E in questo quadro, tenere aperto uno spazio gratuito, pubblico, radicato in un quartiere popolare non è un gesto neutro.
È la nostra risposta politica precisa in un contesto che ci spinge verso l’isolamento, la rassegnazione e il consumo come unica forma di partecipazione alla vita collettiva.
Il 26 aprile abbiamo celebrato questo e tutto il resto!
Celebrare però vuol dire innanzitutto riconoscere quello che è stato costruito, ma anche chiedersi cosa dobbiamo ancora costruire.
Cosa manca. Cosa non ha funzionato. Dove vogliamo andare.
Domenica 26 aprile abbiamo ragionato insieme per proteggere l’anima sociale del Libertà, e costruire le condizioni materiali perché le persone possano restarci e affrontare collettivamente quello che viene.
Vogliamo continuare ad abitare un quartiere vivo, popolato, che resiste, e resiste a tutto: al caldo, alla dismissione dei servizi pubblici, alla gentrificazione silenziosa che trasforma i luoghi.
Questi due anni di Chiosco ci hanno insegnato che uno spazio da solo non basta.
Serve organizzazione. Serve continuità.
Serve che le relazioni costruite si traducano in forza collettiva, in capacità di intervenire sui problemi concreti del quartiere e della città.
Due anni fa abbiamo scelto di scommettere su qualcosa che non esisteva ancora.
Abbiamo scelto di credere che fosse possibile costruire qui e ora un pezzo della realtà che vogliamo, senza aspettare che qualcunə la calasse dall’alto.
