Nella stessa settimana. Non è una coincidenza, è un segnale politico preciso. Mentre il Sud Italia faceva ancora i conti con le conseguenze del Ciclone Erminio — ponti crollati, fiumi esondati, famiglie sfollate — a Roma e a Strasburgo si approvavano due provvedimenti destinati ad aggravare ulteriormente il rapporto tra istituzioni e vivente. Il 23 giugno 2026 il Senato italiano approvava il DDL caccia. Il 17 giugno il Parlamento europeo dava il via libera definitivo alla deregolamentazione delle Nuove Tecniche Genomiche. Due atti separati, una sola matrice: la pretesa di dominare e sfruttare gli ecosistemi per interessi economici e politici.
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DDL caccia: quando lo Stato arma chi distrugge
Il DDL 1572, a firma del capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan, ha ottenuto al Senato 80 voti a favore. Ora passa alla Camera per l’approvazione definitiva. Se venisse confermato così com’è, riscriverrebbe dalle fondamenta la legge del 1992 che regolava la caccia in Italia da oltre trent’anni.
Cosa prevede concretamente?
- La caccia nelle aree protette e nei parchi nazionali.
- La caccia durante la migrazione e la nidificazione degli uccelli — cioè nei periodi in cui le specie sono più vulnerabili.
- La caccia di notte, con visori termici e silenziatori.
- L’eliminazione del lupo dall’elenco delle specie protette, nonostante i pareri contrari di ISPRA — l’istituto scientifico nazionale competente — i cui giudizi, peraltro, il DDL rende non più vincolanti.
Significa che d’ora in poi chi governa potrà ignorare la scienza ogni volta che non fa comodo.
E il colpo più pesante sul piano simbolico e politico è che i cacciatori vengono definiti per legge “bioregolatori degli ecosistemi”. Una scelta lessicale che non è neutra, ma serve a costruire una narrazione in cui chi imbraccia un fucile nei boschi è un servitorə della biodiversità, anziché una minaccia per essa.
I dati dicono altro. Durante la stagione venatoria 2025/26 gli incidenti di caccia hanno provocato 46 vittime, 13 delle quali erano persone completamente estranee alle battute di caccia. In Friuli, un cacciatore ha colpito sul volto con fucile a pallini un runner, trasportato poi in ospedale. Un altro ha abbattuto deliberatamente due cani di casa in una zona protetta fuori dal calendario venatorio, e l’ha fatto perché con questa nuova legge poteva farlo!
Nuovi OGM: chi possiede il seme possiede il cibo
Il 17 giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il regolamento sulle Nuove Tecniche Genomiche — in Italia ribattezzate TEA, Tecniche di Evoluzione Assistita, dalla comunicazione istituzionale. Sono tecniche di modifica del DNA delle piante più precise e rapide rispetto ai metodi tradizionali: permettono di intervenire sul patrimonio genetico di un organismo in modo mirato, senza necessariamente introdurre materiale genetico esterno.
Il problema non è la tecnica in sé. È quello che il regolamento ha deciso di farne.
Il 94% di questi organismi geneticamente modificati ricade nella cosiddetta categoria NGT-1 e viene equiparato alle piante convenzionali. Questo significa: nessun obbligo di etichettatura, nessuna valutazione del rischio, nessuna tracciabilità. Le multinazionali del seme — Bayer, Syngenta, Corteva — potranno brevettare queste nuove varietà. Chi le inventa le possiede. Chi le usa, agricoltorə e consumatorə, dipende da chi le ha create.
È la prima volta nella storia dell’Unione Europea in cui i legislatori hanno scelto di fornire meno informazioni alla cittadinanza sulle etichette alimentari, non di più. Una svolta storica, nel senso peggiore del termine.
Il risultato concreto è semplice da capire: tra due anni andremo al supermercato e non potremo sapere se quello che acquistiamo è stato modificato geneticamente in laboratorio. Non perché non esista la tecnologia per saperlo — esiste. Ma perché qualcunə ha deciso che questa informazione non ci spetta.
Organizzazioni come FederBio, ARI, Rete Semi Rurali, Via Campesina e il Centro Internazionale Crocevia hanno definito il voto un passo indietro di venticinque anni. Non è un’esagerazione: cancella valutazione del rischio, tracciabilità ed etichettatura per la stragrande maggioranza dei nuovi OGM allo studio. E lo fa in nome di una “competitività” che è quella delle multinazionali, non certamente dellə agricoltorə piccolə e mediə che già oggi faticano a sopravvivere sul mercato.
La stessa matrice politica
Sarebbe un errore leggere questi due provvedimenti come eventi separati e non correlati.
DDL caccia e deregolamentazione degli OGM condividono la stessa visione del mondo: gli ecosistemi sono risorse da estrarre, il vivente è materia da controllare, la scienza è uno strumento da usare quando conviene e da ignorare quando ostacola.
In entrambi i casi, la mossa decisiva è stata togliere potere ai corpi tecnici indipendenti — ISPRA per la caccia, le agenzie di valutazione del rischio per gli OGM — e trasferirlo a chi ha già potere economico. Lobby venatorie da un lato, multinazionali del seme dall’altro.
E in entrambi i casi, il governo italiano si è schierato dalla parte sbagliata. Il ministro dell’agricoltura Lollobrigida — che aveva firmato una prima versione del DDL caccia — ha accolto con favore anche il regolamento europeo sulle TEA, definendolo un passo avanti per la competitività dell’agricoltura italiana. Competitività che evidentemente non include la possibilità, per chi coltiva e per chi mangia, di sapere cosa sta usando e cosa sta consumando.
Perché tutto questo riguarda la crisi climatica
La connessione con la giustizia climatica non è retorica. È strutturale.
Gli ecosistemi integri sono la prima linea di difesa di fronte agli eventi estremi. Le foreste regolano i cicli dell’acqua. I suoli ricchi di biodiversità assorbono le piogge intense. Le specie predatrici come il lupo mantengono in equilibrio le popolazioni animali, che a loro volta influenzano la vegetazione e la stabilità del terreno. Quando si distrugge la biodiversità, non si colpisce solo “la natura”: si erode la capacità dei territori di reggere all’impatto della crisi climatica.
Allo stesso modo, la concentrazione del controllo sulle sementi nelle mani di poche multinazionali riduce la diversità agricola. E la diversità agricola è resilienza: più varietà di colture, più capacità di adattarsi ai cambiamenti delle condizioni climatiche. Quando i mercati del seme vengono dominati da pochi brevetti, quella resilienza svanisce.
Non a caso, questi provvedimenti arrivano mentre in Italia si discute ancora della proroga del carbone al 2038, mentre ENI espande i propri giacimenti fossili in Africa, mentre le risorse per la prevenzione del dissesto idrogeologico restano insufficienti. È lo stesso paradigma che attraversa tutto: estrarre oggi, pagare domani — e a pagare saranno, come sempre, le persone più vulnerabili.
Cosa chiediamo
Non basta indignarsi. Serve nominare i responsabili e avanzare richieste precise.
Stop al DDL caccia. Le aree protette devono restare tali. I pareri scientifici di ISPRA devono tornare vincolanti. La fauna selvatica non ha bisogno di fucili — ha bisogno di habitat integri e di predatori naturali che svolgano il loro ruolo ecologico.
Etichettatura obbligatoria per tutti i nuovi OGM. Chi mangia ha il diritto di sapere cosa mangia. Non è una posizione ideologica: è un diritto fondamentale dei consumatorə, sancito da decenni di normativa europea e ora cancellato con un voto.
Territori liberi dagli OGM e sostegno alle filiere contadine. L’agricoltura agroecologica e la sovranità alimentare non sono nostalgia: sono la risposta concreta alla crisi climatica e alla dipendenza dalle multinazionali.
Rispetto del principio di precauzione. Quando la scienza segnala rischi e le istituzioni li ignorano per favorire interessi economici, quella non è governance — è complicità.
Quello che fa (e non fa) chi governa riguarda tutt3. E non c’è più tempo per il silenzio. Entra in contatto con Fridays for Future Bari per attivarti anche tu. Fridays for Future Bari è il gruppo locale del movimento globale per la giustizia climatica. Portiamo avanti mobilitazioni, campagne e vertenze locali a partire dalla consapevolezza che la crisi climatica è una crisi politica, e che i suoi responsabili sono individuabili e vanno nominati.
