La seconda settimana della COP30 si è aperta a Belém con un’accelerazione improvvisa: i negoziati entrano nella fase più complessa, quella in cui si decide davvero se questa Conferenza sarà un passo avanti verso la giustizia climatica o un altro ennesimo rinvio. Dentro le sale della Blue Zone si discute di fossili, finanza climatica, diritti, adattamento; fuori, la città vive giorni di mobilitazione potente, guidata dai popoli indigeni e dai movimenti per il clima.
Cosa troverai in questo articolo
La strategia della Presidenza brasiliana: il “Belém Package”
La Presidenza brasiliana ha scelto una strada inedita per provare a portare le Parti a un accordo entro venerdì: non una singola decisione finale, ma un pacchetto di decisioni.
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- Pacchetto A: le scelte politiche più importanti, da adottare rapidamente.
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- Pacchetto B: le questioni tecniche più complesse, da chiudere entro fine settimana.
All’interno di questo schema si decide anche se inserire finalmente nel testo un impegno chiaro all’uscita dai combustibili fossili, un passaggio storico che molti Paesi bloccano da anni.
Il Presidente della COP30, Corrêa do Lago, ha chiesto alle delegazioni di entrare in modalità mutirão: un richiamo alla tradizione brasiliana del lavoro collettivo, cooperativo, solidale. Un invito politico ad accelerare, a negoziare con coraggio.
Il Mutirão: la settimana più politica della COP30
Con l’arrivo di Ministrə e capi delegazione, la COP entra nella fase più decisiva.
La Presidenza ha avviato una vera e propria shuttle diplomacy: incontri ravvicinati, consultazioni rapide con gruppi negoziali e singoli Paesi, pubblicazione di nuove bozze di testo sui temi chiave.
L’obiettivo è chiaro: presentare una versione aggiornata del pacchetto già mercoledì mattina e passare all’adozione della parte politica entro giovedì.
Per farlo, il calendario è stato stravolto: eventi importanti – come il Youth-led Climate Forum – sono stati spostati per lasciare spazio alla corsa finale.
Adattamento: chi paga davvero la crisi climatica?
Sul tavolo dell’adattamento tutto è ancora bloccato.
I Paesi più vulnerabili chiedono almeno 120 miliardi di dollari l’anno per sopravvivere agli impatti della crisi climatica. Oggi il mondo offre appena 26 miliardi.
Questa non è una questione tecnica: è una disputa politica tra chi ha inquinato di più e chi subisce gli impatti peggiori.
Genere e clima: un conflitto politico mascherato da tecnicismo
Anche sul tavolo gender emergono differenze profonde:
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- i dati vanno raccolti “per sesso” o “per genere”?
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- le politiche climatiche devono essere veramente femministe e intersezionali, o solo “un po’ meglio di ora”?
Ancora una volta si dimostra che senza giustizia di genere non esiste giustizia climatica.
Giusta Transizione: diritti, lavoro e fossili
Nel testo sulla Giusta Transizione restano nodi enormi: menzionare i combustibili fossili, creare un vero meccanismo di implementazione, gestire strumenti come il CBAM europeo.
Alcuni Paesi vogliono perfino note a piè pagina per indebolire la parola “gender” e il riferimento ai diritti umani.
Una verità deve essere ribadita: la transizione sarà giusta solo se al centro ci saranno lavoratorə, comunità e diritti.
Global Stocktake e mitigazione: tutto fermo
Sul Global Stocktake, il bilancio dei progressi globali, il testo resta bloccato: troppe parentesi, nessun accordo né su tempi né su contenuti.
Anche la nuova bozza sulla mitigazione non contiene impegni concreti per restare sotto 1,5°C. Si cita la scienza, ma non la si ascolta.
Perdite e danni: chi è in prima linea attende ancora risposte
Sul Fondo per Loss & Damage c’è scontro aperto:
i Paesi vulnerabili chiedono un fondo semplice, accessibile, rapido.
Molti governi vogliono invece limitarne la portata, contestano il linguaggio sulle risorse e minacciano di rimandare la discussione alla prossima COP.
Chi vive già ora gli impatti della crisi rischia di restare ancora senza risposte.
Fuori dalla COP30: Belém si solleva
Se dentro si discute, fuori si lotta.
Oltre 40mila persone hanno attraversato Belém per chiedere giustizia climatica e sociale, con una presenza fortissima dei popoli indigeni.
Alla Cúpula dos Povos, il Vertice dei Popoli all’Università del Pará, movimenti sociali, comunità tradizionali, attivistə e ONG hanno portato avanti un confronto radicale sulle vere soluzioni climatiche.
E la Flottilia indigena, con decine di imbarcazioni e oltre cinquanta popoli a bordo, ha risalito il Rio delle Amazzoni per arrivare alla COP: un’immagine che da sola racconta più di mille discorsi.
La politica brasiliana e il ruolo dei popoli indigeni
In questo clima di mobilitazione, Marina Silva ha letto una lettera di Lula, in cui il Brasile ribadisce il suo impegno per la giustizia climatica e la difesa dell’Amazzonia, riconoscendo il ruolo centrale dei popoli tradizionali.
Un richiamo forte: nessuna transizione è possibile senza le comunità che difendono i territori da secoli.
Solidarity Levies: soldi e giustizia
Fuori dai tavoli ufficiali si parla di soldi, e soprattutto di come trovarli in modo giusto.
Nasce l’idea delle Solidarity Levies: micro-tasse su settori ad alta emissione o alto valore (aviazione, shipping, fossili, finanza, crypto).
Una coalizione propone una tassa sui voli di lusso: chi inquina di più deve contribuire di più.
La COP sei anche tu
La COP30 è in piena corsa politica.
Ma una cosa è chiara: il risultato di Belém dipende anche da noi, dalle piazze, dai territori, dalle comunità che non smettono di pretendere giustizia climatica.
Perché la COP non è solo negoziato.
La COP siamo tuttə.
E continueremo a lottare finché non avremo un futuro giusto, vivibile, libero dai combustibili fossili.
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